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Data: Venerdì 8 Marzo
2002 Fonte: Il Sole 24 Ore
L'import dall'estremo
oriente è quasi triplicato in dieci anni ma l'industria nazionale si
difende puntando sulla qualità
La distanza tra l'Italia
e la Cina è di cento milioni di scarpe. Messe una dietro l'altra
coprirebbero per 3.500 volte la distanza tra Roma e Pechino. E'
questa la differenza tra le 124 mila paia di calzature vendute dalle
aziende italiane in Cina e gli oltre 54 milioni che i cinesi
esportano in un anno nel mercato italiano. Si tratta di una cifra
altissima, così come il divario tra il prezzo medio industriale di
ogni paio di scarpe realizzato in Cina comprato da distributori
italiani, pari a 3 euro e mezzo, e quello del made in Italy
destinato ai negozi di Shanghai o Canton, pari a 31,2 euro. La
Cina ha occupato massicciamente la fascia più bassa del mercato,
sbarazzando i pochi produttori europei di questo segmento. I
calzaturifici italiani al contrario hanno puntato tutto sulla fascia
più alta del mercato. Le esportazioni di calzature italiane sono
sugli stessi livelli di venti anni fa. A metà degli anni 80 e 90 le
vendite all'estero erano arrivate al picco di 430 milioni di paia,
mentre nel 2001 il dato era vicino ai 370 milioni. Nello stesso
periodo il prezzo industriale è più che quadruplicato. Tra gennaio e
settembre dell'anno scorso il fatturato all'estero ha raggiunto 5,65
miliardi di euro, mentre in tutto il 2000 aveva superato i 6,6
miliardi di euro.
La Germania è il primo
mercato straniero di sbocco, con un prezzo medio di 16 euro. Negli
Stati Uniti il prezzo medio è 28,7 euro, 40 euro in Russia e 53 euro
in Giappone. Le importazioni europee dai paesi extracomunitari
sono quasi raddoppiate, arrivando quasi ad un miliardo di paia; in
Italia sono quasi triplicate passando da 67 a 167 milioni di
paia. La Cina, che in dieci anni è passata da 165 a 323 milioni
di paia, è il principale protagonista di questa crescita. Dietro di
essa però si sta muovendo anche il Vietnam, la cui struttura
calzaturiera è cresciuta, passando dall'esportazione di appena due
milioni di paia di scarpe nel 1990, ai quasi 200 milioni
attuali. Questo boom registrato dai paesi asiatici tuttavia non
preoccupa, almeno per ora, l'industria italiana; il sistema
produttivo asiatico infatti si impone su quote di mercato di basso
livello e qualità. Il problema attuale è quello della reciprocità.
Quello cinese è un mercato potenziale che vale molto di più delle
154 mila paia di scarpe italiane, ma le barriere all'ingresso sono
infinite. Anche il Giappone è un mercato chiuso, a causa degli alti
dazi e di un sistema legato a un'oligarchia di distributori locali
che limitano le importazioni.
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